Apertamente: l’industria alimentare apre al pubblico

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Per la terza volta, dopo le edizioni del 2002 e del 2004, l’industria italiana apre le porte al pubblico con la manifestazione “APERTAMENTE”. In occasione della presentazione di questa iniziativa, Federalimentare ha esposto un’ampia serie di dati comprendenti le attività di controllo per la sicurezza dei prodotti da parte delle aziende, l’atteggiamento del consumatore a questo riguardo, l’evoluzione dei consumi alimentari degli italiani. Ne abbiamo preso spunto in questa newsletter, per una riflessione sul ruolo dell’industria alimentare ma anche sulla sempre maggiore consapevolezza da parte del consumatore.

Gusto responsabile

È questo lo slogan dell’edizione “Apertamente 2008” scelto da Federalimentare per sottolineare la responsabilità dell’industria alimentare nei confronti della sicurezza dei prodotti, della trasparenza nei processi produttivi, della ricerca costante della qualità, di una informazione chiara e dettagliata e del rispetto per l’ambiente.

Ci soffermeremo in particolare su due di questi aspetti: la sicurezza e l’informazione.

Sicurezza in cifre

E’ ampiamente riconosciuto che i nostri prodotti alimentari sono più controllati e sicuri di un tempo. L’industria è considerata il principale garante della sicurezza alimentare nel nostro paese.

Nelle attività di analisi e di controllo sulla qualità e la sicurezza dei prodotti vengono impiegati circa 60.000 addetti (1/5 del totale), con 2 milioni e 770 mila analisi al giorno nelle circa 6500 aziende alimentari italiane (quindi una media di oltre 400 controlli cia-scuna), con costi ed investimenti per oltre 2 miliardi di euro l’anno. Magari anche senza conoscere questi numeri, e nonostante il “clima” di questi ultimi tempi, che porta spesso a confondere l’eccezione (chi non rispetta la legge) con la regola (chi la rispetta), la maggior parte degli italiani continua a fidarsi del cibo che mangia e di chi lo produce.

Infatti secondo l’indagine Monitor Doxa Federalimentare, effettuata su un campione di 1000 persone di 15 anni e oltre rappresentativo della popolazione, il 73% si dichiara sod-disfatto del cibo che porta in tavola, il 71% ha fiducia della sua qualità, il 62% si sente garantito dai controlli fatti dai produttori.

Ma cosa chiedono i consumatori all’industria in fatto di qualità e sicurezza del prodotto? Più controlli sulle materie prime (51% contro il 43% del 2004 e il 40% del 2001), più controlli nei punti vendita sulla scadenza e freschezza (dal 27% del 2001, al 35% del 2004, al 42% di oggi), più controlli in tutte le fasi di produzione (il 23% contro il 18-19% del 2001-2004).

Cibi a misura di benessere e salute

L’industria alimentare si trova a dover ora rispondere anche a nuove richieste dettate dai mutati stili di vita (sempre più spesso i pasti vengono consumati in fretta e fuori casa: rispetto a 25 anni fa, è infatti raddoppiata, pas-sando dal 16% al 32%, la percentuale di spesa destinata ai consumi extra-domestici) e dalle problematiche “moderne”, come il sovrappeso e l’obesità.

Le esigenze salutiste degli italiani ed il loro desiderio di benessere trovano nell’industria una duplice risposta, orientata, da un lato, alla innovazione di prodotti volta a migliorarne il profilo qualitativo (riduzione del contenuto di grassi, zuccheri, sale) e, dall’altro, alla individuazione di veri e propri nuovi prodotti con caratteristiche più salutistiche.

Per restare nell’ambito lattiero caseario, fra gli esempi più significativi possiamo citare il latte presente da tempo nelle versioni parzialmente scremato o totalmente scremato o gli yogurt e gli altri prodotti funzionali (basti ricordare le numerose proposte di prodotti lattiero caseari con probiotici, prebiotici o fito-steroli). Spaziando in altri settori, si è per esempio assistito ad una riduzione del contenuto di grassi delle carni suine (dal 40% al 20% circa) e di quelle bovine (il girello ad esempio passa dal 2.8% a 1.1%); mentre nel prosciutto crudo in quindici anni la quantità di sale è diminuita del 10-15% e le uova, grazie a mangimi più bilanciati e ad un diverso sistema di allevamento, contengono oltre il 30% in meno di colesterolo.

In sintesi: le caratteristiche nutrizionali di molti prodotti risultano ora più in linea con le racco-mandazioni; perché questo si traduca in una alimentazione complessiva-mente più corretta, è però necessario che il consumatore scelga bene, evitando di farsi troppo condizionare dalla fretta che non è una buona con-sigliera.

Un consumatore più informato

L’industria alimentare ha il compito di offrire una vasta gamma di alimenti sicuri, di qualità, a prezzi il più possibile contenuti, accompagnati da una informazione sempre più dettagliata per permettere al consumatore di diventare il vero e consapevole artefice delle sue scelte. Il Libro Bianco sul latte ed i prodotti lattiero caseari realizzato da Assolatte in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e l’INRAN e la realizzazione del sito internet educational www.mu-edu.it rappresentano due esempi di impegni concreti delle associazioni nell’ambito della informazione alimentare.

Impariamo a conoscere l’etichetta

Informarsi significa anche conoscere bene i prodotti che si portano in tavola e la lettura dell’etichetta rappresenta uno strumento di fondamentale importanza.

Secondo la legge vigente, sono molti gli elementi che i prodotti alimentari confezionati devono obbligatoriamente riportare in etichetta, fra questi: l’elenco degli ingredienti (salvo particolari deroghe, come avviene per latte e formaggi costituiti solo da latte, caglio e enzimi) in ordine di quantità decrescente, le quantità contenute nella confezione, la shelf-life, mentre le informazioni di tipo nutrizionale non risultano obbligatorie (se non quando viene evidenziato un particolare componente, come per esempio il calcio nel latte) anche se sono sempre più numerose le aziende che decidono di fornire queste indicazioni nei loro prodotti.

Indicazioni che sono certamente utili e apprezzate dagli italiani che, sempre secondo l’indagine Monitor Doxa Federalimentare, dimostrano, nei confronti dell’etichetta nutrizionale, un sempre crescente interesse (ora il 79% del campione cerca notizie sui valori nutrizionali, mentre nel 2004 era il 69%).

C’è tuttavia da riflettere su un dato: c’è anche chi non legge le etichette perché troppo difficili (28%) e perché spesso troppo piene di informazioni e alla fine non si capisce nulla (22%). È quindi importante per le aziende cer-care di trovare il giusto compromesso, inserendo – in aggiunta alle informazioni obbligatorie per legge – quelle più significative da comunicare in modo chiaro.

Etichettatura nutrizionale

In base alla normativa, l’etichettatura nutrizionale può essere di vari tipi. Una, quella più semplice, prevede la sola indicazione del contenuto di ener-gia, proteine, grassi e carboidrati.

Una versione leggermente più complessa riguarda invece i prodotti in cui vengono riportate indicazioni anche sul contenuto di zuccheri e/o acidi grassi saturi, fibre alimentari, sodio.

Ancora più ricca di informazioni è la tabella nutrizionale che prevede l’indicazione del tenore in amido, polialcoli, vitamine e sali minerali. Ulteriori indicazioni, infine, posso riguardare le diverse tipologie di acidi grassi e il colesterolo. Le indicazioni nutrizionali su vitamine e i sali minerali possono essere riportate solo e se in quantità tali da garantire almeno il 15% della dose giornaliera raccomandata (RDA).

Una nota di attenzione per il consumatore

Sarebbe auspicabile che i valori nutrizionali riportati in etichetta si riferisse-ro sempre – oltre ai 100 grammi di prodotto, com’è stabilito dalla normativa – anche ad una porzione “ideale” di consumo.

Quando ciò non avviene è opportuno fare da sé questi calcoli. Diversamente si potrebbero sovrasti-mare i valori di energia e nutrienti di alimenti normalmente consumati in quantità inferiori ad un etto (come i condimenti) o al contrario sottostimare quelli che invece prevedono porzioni maggiori. Attenzione anche a non lasciarsi troppo condizionare dalle porzioni individuali proposte, perché potrebbero essere troppo grandi, inducendo magari a mangiare più del neces-sario.

Etichette: dove?

Il packaging, fra le altre funzioni (in primo luogo di protezione e conserva-zione del prodotto), ha anche quella di veicolare le informazioni. È qui infatti che vengono riportate le notizie di tipo commerciale, di conformità a normative, di ausilio per l’individuazione ma anche e soprattutto sulla composizione ed i valori nutrizionali del prodotto.

Con il vantaggio di poterli avere sem-pre sotto mano, non solo al momento dell’acquisto (che spesso non con-sente di dedicare tempo sufficiente alla lettura delle etichette) ma anche dell’utilizzo a casa. E fra le varie informazioni, vi sono quelle relative allo stesso imballaggio, dove vengono indicati i materiali costituenti – se vergini o riciclati – e si suggerisce la migliore modalità di gestione una volta trasformati in rifiuti.

È chiaro che uno dei requisiti che dovrebbe avere l’imballaggio è di non inquinare l’ambiente verso il quale l’attenzione sta fortunatamente diventando sempre più parte integrante della nostra vita e anche delle scelte produt-tive quotidiane delle imprese alimentari.

Come mangiano gli italiani

Dai dati presentati da Federalimentare, emergono interessanti considerazioni sulla evoluzione dei consumi alimentari degli Italiani.

Negli ultimi 30 anni, l’intake calorico è sceso (rispetto agli anni ottanta) da circa 3000 a 2200 chilocalorie con particolare riduzione di alimenti ricchi di grassi, proteine animali, nonché vino.

Siamo i primi consumatori al mondo di pasta e cereali (28 kg di pasta e 122 chili di cereali complessivi contro una media europea di 89 kg), e secondi in Europa per consumi di frutta e verdura (ne consumiamo complessivamente 360 kg pro capite annui, se-condi solo alla Grecia), una evoluzione favorita anche dal boom degli alimenti surgelati e di verdure di quarta gamma, quelle già pulite e confezio-nate, oramai acquistate con regolarità dal 43% degli italiani.

Ancora, secondo l’ISMEA consumiamo una media di 21 kg di pesce a testa all’ anno (rispetto ai 13 consumati negli anni ottanta), mentre siamo agli ultimi posti in Europa nel consumo di dolci (25.5 kg annui a testa contro i 58,5 della Gran Bretagna) e, in 30 anni, il consumo di alcool puro si è dimezzato (passando da 16 litri pro capite agli attuali 6.9 litri a testa). Infine, lo yogurt ha raggiunto la quasi totalità (94%) delle famiglie italiane.

Complessivamente, stiamo quindi diventando più critici ed attenti e quando facciamo la spesa, pensiamo a nutrirci con gusto, ma cerchiamo di tenere sotto controllo le calorie e prediligiamo alimenti che, oltre ad esser buoni, siano anche sani per la nostra salute.

In tutto questo, c’è però una nota dolente: in base ai dati dell’OMS siamo fra i più pigri d’Europa. Gli italiani che non fanno abbastanza movimento sono circa il 60% del totale, quasi 35 milioni di persone.

Ed è un dato che deve far riflettere: perché si possono anche ridurre le calorie assunte, ma uno stile di vita attivo rimane sempre e comunque fondamentale per la sa-lute, in generale, e per il mantenimento di un giusto peso corporeo, in particolare.

Autore: Carla Favaro

Comitato scientifico

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