Alimentazione e obesità: cosa dicono gli studi

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Approfondimenti tratti dal libro Bianco sul latte e i prodotti lattiero caseari

Prodotti lattiero-caseari e obesità:

Infanzia e Adolescenza

A partire dai primi esperimenti che hanno dimostrato una possibile relazione inversa tra consumo di prodotti lattiero-caseari e obesità, sono stati raccolti numerosi dati a conferma di questa ipotesi, soprattutto nella popolazione adulta.

I dati disponibili nei bambini e negli adolescenti sono pochi ma incoraggiano a ipotizzare che, anche in queste fasce di età, un elevato consumo di latte e derivati sia associato ad un minore accumulo di grasso in eccesso. Diversi meccanismi sono stati proposti per spiegare questo fenomeno ma allo stato attuale non sono ancora disponibili nella letteratura scientifica dati che possano documentare inequivocabilmente le basi biologiche dell’associazione osservata in termini di relazione causa-effetto.

Se confermati, questi dati potranno fornire un importante contributo per la prevenzione precoce dell’obesità in età pediatrica e dell’adulto.

L’alimentazione nell’infanzia e nell’adolescenza deve soddisfare il fabbisogno energetico e garantire un adeguato apporto di nutrienti per una crescita armonica.

Un tema di grande attualità è come bilanciare queste esigenze con la necessità di contrastare “l’epidemia” di sovrappeso e obesità infantile che colpisce molti Paesi ad elevato standard socio-economico.

Uno stile di vita sedentario e le abitudini alimentari sono i fattori modificabili che maggiormente influenzano la taglia corporea e l’accumulo di adipe in eccesso.

L’eccessivo apporto di grassi con la dieta è, tra i fattori nutrizionali, uno dei principali imputati sulla scorta di osservazioni epidemiologiche che hanno documentato come questo possa aumentare il rischio di obesità in età pediatrica e della sua persistenza, unitamente ad altre patologie soprattutto cardiovascolari, anche in età adulta.

La necessità di contenere l’apporto di grassi alimentari entro i limiti consigliati dalle più recenti linee-guida – negli Stati Uniti ad esempio questo limite è il 30% dell’apporto calorico totale per i bambini dai due anni di età – ha determinato in alcuni casi una forte riduzione, se non l’eliminazione, del consumo di alimenti ad elevato contenuto in grassi quali ad esempio la carne e i prodotti lattiero-caseari. Latte e derivati, però, sono anche la fonte più importante di calcio nell’alimentazione in età pediatrica.

Studi recenti hanno suggerito che una dieta ricca in calcio possa ridurre la sintesi di grassi all’interno dell’adipocita, la cellula nella quale viene accumulato il grasso come riserva energetica dell’organismo.

Numerosi studi, condotti per lo più in popolazioni di adulti, hanno dimostrato un’associazione inversa tra apporto di calcio e adiposità. Obiettivo di questa sezione è quello di riassumere quanto è noto oggi sull’associazione tra il consumo di prodotti lattiero-caseari e adiposità in bambini e adolescenti.

Circa 20 anni or sono, McCarron, analizzando i dati del US National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES III), un importante studio sulle abitudini alimentari della popolazione americana e del loro impatto sullo stato di salute, osservò per la prima volta un’associazione inversa tra apporto di calcio con la dieta e peso corporeo ma questo risultato non fu particolarmente valorizzato dall’Autore in quanto non esisteva all’epoca alcuna spiegazione biologicamente plausibile per l’associazione osservata.

Anche Trevisan e al., in uno studio finalizzato all’analisi delle relazioni tra pressione arteriosa e apporto di calcio con la dieta, hanno descritto come dato incidentale un’associazione inversa tra consumo di latte e adiposità totale, limitatamente ai partecipanti di sesso maschile, che non fu commentata dagli Autori.

Queste osservazioni sono state rivalutate solo pochi anni or sono quando Zemel et al. hanno proposto un’ipotesi per spiegare l’effetto “antiobesità” del consumo di prodotti lattiero-caseari e, in generale di una dieta ricca in calcio.

In base a esperimenti di laboratorio, eseguiti su modelli animali e su adipociti umani in coltura, è emerso un possibile ruolo dei livelli di calcio intracellulare, e quindi dell’apporto di calcio con la dieta, nel modulare i processi di sintesi e di degradazione dei lipidi all’interno dell’adipocita. Secondo l’interpretazione degli autori, una dieta ricca in calcio promuove la lipolisi, la degradazione dei grassi contenuti all’interno della cellula, mentre una dieta povera in calcio stimola la lipogenesi, ovvero la sintesi e l’accumulo di grassi nell’adipocita.

Sulla base di questi interessanti dati, sono state effettuate una serie di analisi epidemiologiche su ampi campioni di popolazione, soprattutto re-analisi di studi che avevano valutato l’apporto di calcio con la dieta in donne in età post-menopausale, che hanno confermato l’associazione inversa tra apporto di calcio e adiposità: questi studi hanno suggerito che questa associazione è presente soprattutto nel caso in cui l’apporto di calcio è aumentato con gli alimenti, mentre il supplemento farmacologico di calcio mostra effetti scarsi o nulli.

Uno studio statunitense, il Nationwide Food Consumption Survey del Dipartimento dell’Agricoltura, ha analizzato in particolare l’associazione tra consumo di prodotti lattiero caseari e obesità anche nella fascia di età pediatrica e negli adolescenti, osservando che un basso apporto di calcio con la dieta era associato a un peso corporeo maggiore, e che in questa fascia di età l’apporto di calcio alimentare era in media più basso delle quantità considerate ottimali.

Questo studio, pubblicato nel 1994, è stato per lungo tempo l’unico ad aver fornito dati relativi ai bambini e agli adolescenti. Questa

lacuna può essere in parte spiegata dal fatto che, in questa età, i criteri per la classificazione di sovrappeso e obesità non sono così ben definiti come per gli adulti e, ancora oggi sono oggetto di dibattito scientifico.

Nel 2000 sono stati pubblicati i risultati di uno studio condotto in un piccolo campione di bambini portoricani residenti negli USA, di età compresa tra i 7 e i 10 anni, finalizzato all’identificazione dei predittori dell’obesità. In questo studio, in cui venivano confrontati gli stili di vita e le abitudini alimentari di bambini obesi e bambini normopeso, tra i numerosi predittori presi in considerazione quelli statisticamente più rilevanti sono risultati essere il peso materno, l’abitudine a guardare la televisione, il consumo di bevande alla frutta e quello di prodotti lattiero-caseari.

I primi tre fattori sono risultati direttamente associati alla presenza di obesità (ad es., maggiore consumo di succhi di frutta, maggiore probabilità di essere obesi) mentre l’ultimo, il consumo di latte e derivati, lo era inversamente: in questo caso quindi, maggiore era la frequenza di consumo di latte e derivati, minore era la probabilità di essere obesi.

Uno studio di questo tipo, definito osservazionale – in quanto non viene saggiato l’effetto di un intervento programmato – e trasversale – in quanto limita la sua osservazione ad un determinato periodo di tempo e non studia l’evoluzione di un fenomeno nel tempo – non permette di trarre conclusioni sui rapporti di causa-effetto nell’associazione osservata.

Nonostante questi limiti, lo studio è rilevante in quanto è il primo a descrivere un possibile ruolo protettivo di un adeguato consumo di prodotti lattiero caseari nello sviluppo di obesità in età pediatrica.

Carruth e Skinner hanno valutato le abitudini alimentari di un campione di 53 bambini per un periodo di tre anni – ed esattamente dai 2 ai 5 anni di età- per studiarne la relazione con il grado di adiposità sviluppato all’età di sei anni.

L’accumulo di grasso corporeo è stato stimato sia come indice di massa corporea, sia misurando la percentuale di massa grassa, cioè la quota vera e propria di grasso accumulato.

I risultati cui sono giunti gli autori in questa loro analisi prospettica, sono stati che sia un elevato consumo di prodotti lattiero-caseari, espresso come numero di porzioni giornaliere, sia un elevato apporto di calcio alimentare erano associati, nel tempo, ad un minore accumulo di massa grassa nel campione oggetto di studio, confermando in buona sostanza i risultati dello studio in precedenza citato della Tanasescu, con riferimento però ad un campione di età media inferiore.

Va precisato che in questo studio, una discreta percentuale dei piccoli partecipanti utilizzava abitualmente prodotti lattiero-caseari a basso contenuto in grassi.

Gli studi citati in precedenza sono stati realizzati in piccoli campioni e in fasce di età molto ristrette. Nel 2005 sono stati pubblicati i risultati di uno studio condotto in un campione di circa 1000 bambini di età compresa tra i 3 e gli 11 anni, partecipanti ad uno screening per la prevenzione dell’obesità infantile, realizzato nella provincia di Avellino in collaborazione con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania. In questo studio è stata osservata un’associazione inversa tra indice di massa corporea (che è una stima dell’adiposità totale) e frequenza di consumo di latte.

Il consumo di latte è stato raggruppato in quattro categorie principali: raro (minore di una volta alla settimana), sporadico (fino a 5-6 volte alla settimana), quotidiano (1 volta al giorno) ed elevato (2 volte al giorno o più). Come illustrato nella figura 1, all’aumentare del consumo di latte, l’indice di massa corporea è risultato essere progressivamente minore, secondo una relazione lineare, apparentemente dose-dipendente: in altre parole, chi consumava latte una volta giorno aveva una massa corporea minore di chi consumava il latte raramente o sporadicamente, ma chi consumava l’alimento due volte al giorno mostrava un accumulo di adipe ancora inferiore.

L’associazione osservata è risultata essere indipendente da altri possibili determinanti della massa corporea quali età, sesso, sedentarietà, storia familiare di obesità o sovrappeso, livello socio-culturale familiare, e frequenza di consumo di altri alimenti.

Va segnalato che la maggior parte dei partecipanti (circa il 95%), consumava abitualmente latte intero. Il disegno trasversale dello studio, ancora una volta, non permette di trarre conclusioni definitive nell’identificare possibili rapporti causa-effetto tra consumo di latte e adiposità.

Inoltre, in questo studio, l’apporto calorico totale giornaliero non è stato calcolato e di questo bisogna tenere conto nell’interpretazione dei risultati.

Questi dati sono stati comunque confermati dal nostro gruppo nel corso di un più recente screening condotto su un campione ancora più ampio di popolazione in età scolare: questa analisi, oltre a ribadire l’associazione inversa tra consumo di latte e indice di massa corporea, ha anche dimostrato che un maggior consumo di latte è associato ad un minore accumulo di grasso in sede addominale, fattore questo importante nella determinazione del rischio cardiovascolare individuale.

Conclusioni

Sulla base dei dati disponibili in letteratura, l’ipotesi che l’aumento dell’apporto di calcio attraverso un maggior consumo di latte e derivati possa influenzare lo sviluppo di sovrappeso e obesità è abbastanza suggestiva.

È però opportuno utilizzare una certa cautela nell’interpretare i risultati degli studi, peraltro non numerosi, alla luce dell’ipotesi “calcio” che richiede indubbiamente ulteriori verifiche e conferme. È verosimile, del resto, che un adeguato consumo di calcio possa modulare l’accumulo di grasso corporeo anche attraverso meccanismi diversi da quello proposto da Zemel e al. Va citato, ad esempio, uno studio pubblicato molto recentemente da un gruppo di ricerca danese che ha dimostrato, in uno studio di intervento a breve termine, che un elevato apporto di calcio con la dieta aumenta l’escrezione fecale di grassi di circa 2.5 volte rispetto ad una dieta povera in calcio, a parità di apporto calorico.

Inoltre, è noto che alcuni ormoni i cui livelli variano in funzione dell’apporto di calcio, come il paratormone e la vitamina D, possono anch’essi influenzare il metabolismo cellulare dei lipidi.

Nel caso specifico del latte poi, bisogna ricordare che questo alimento è ricco in peptidi bioattivi, ovvero molecole con funzioni biologiche, che potrebbero agire sull’accumulo di grasso anche attraverso meccanismi indipendenti, del tutto o in parte, dal calcio.

Tra queste molecole, rivestono notevole importanza i peptidi del latte ad azione inibitoria sulla sintesi di angiotensina: studi recenti hanno dimostrato che questa sostanza, prodotta anche a livello degli adipociti, svolge un’azione di stimolo sulla lipogenesi. L’inibizione della sua sintesi potrebbe quindi avere un ruolo importante nella regolazione del peso corporeo e, se il dato fosse confermato, la rilevanza dei peptidi bioattivi presenti nel latte potrebbe essere ulteriormente valorizzata.

I dati disponibili in letteratura suggeriscono che, anche in età pediatrica, un elevato consumo di prodotti lattiero-caseari è associato ad un minor accumulo di massa grassa. Gli studi pubblicati sull’argomento non sono numerosi ma concordano nei risultati: non è tuttavia possibile trarre ancora conclusioni su meccanismi di tipo causa-effetto. Inoltre, in tutti gli studi disponibili, è evidente che il possibile effetto protettivo dei prodotti lattiero-caseari, va necessariamente inserito in un contesto multifattoriale in cui cioè altri fattori “causali”, sia genetici che ambientali, devono essere presi in considerazione. I dati disponibili per gli adolescenti sono per lo più estrapolati da ampie casistiche che includono in gran parte soggetti in età adulta e pertanto da interpretare con la dovuta cautela.

I risultati delle osservazioni epidemiologiche disponibili incoraggiano a proseguire in questa linea di ricerca che potrebbe avere importanti implicazioni nella prevenzione precoce dell’obesità infantile.
Autore: Carla Favaro

Comitato scientifico

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