Consumo di derivati lattiero-caseari e discomfort digestivo: gli errori alimentari da evitare per una digestione ottimale anche in un contesto di reflusso gastroesofageo, IBS e gastrite

L’opinione del Prof. LUCA PIRETTA Gastroenterologo, Nutrizionista e Docente di Allergie e intolleranze alimentari Università Campus Bio-Medico di Roma
Quando si parla di discomfort digestivo o gastrointestinale (GID) si intende un insieme di disturbi gastrointestinali che possono riguardare alcune patologie come la malattia da reflusso gastroesofageo, la sindrome dell’intestino irritabile, la dispepsia o la gastrite, oppure sintomi che non riguardano malattie codificate ma rappresentano da soli il motivo di malessere del paziente e che sono slegati da contesti chiaramente diagnosticabili, come per esempio il gonfiore addominale, il dolore addominale sporadico, la diarrea o la stipsi.
I disturbi gastrointestinali riconoscibili come malattie diagnosticabili possono essere di natura organica, come la malattia da reflusso gastroesofageo, la gastrite da Helicobacter Pylori o la malattia diverticolare oppure funzionale come la dispepsia, nelle sue due versioni principali (la post prandial distress syndrome e la epigastric pain syndrome), la sindrome dell’intestino irritabile o il bruciore retrosternale funzionale. Queste alterazioni funzionali attualmente vengono definite come disturbi dell’interazione intestino-cervello (DGBI) e sono caratterizzate da sintomi gastrointestinali associati a una qualsiasi combinazione di alterazioni della motilità, ipersensibilità viscerale, alterata funzione della mucosa, alterazioni del microbiota intestinale o alterata elaborazione da parte del sistema nervoso centrale. La ricerca e la gestione clinica dei DGBI si basano su criteri diagnostici specifici elaborati dalla Rome Foundation, attualmente alla V edizione (1).



Questi disturbi che configurano il “discomfort” gastrointestinale, qualsivoglia che sia la loro natura, possono alterare in modo non indifferente la qualità di vita delle persone e pertanto cercare un rimedio rappresenta un goal di numerosi tentativi terapeutici. Spesso l’alimentazione viene chiamata in causa come responsabile di questi disturbi ma il rapporto causa effetto risulta molto difficile da stabilire e nella maggioranza dei casi i cibi ai quali il paziente attribuisce i propri sintomi non corrispondono a quelli realmente responsabili del suo quadro clinico quando viene effettuata una valutazione con metodo scientifico (2,3).
LATTE E DISCOMFORT GASTROINTESTINALE: IL RUOLO DELLE PROTEINE E DEL MICROBIOTA INTESTINALE
I cibi ai quali viene correlato il discomfort gastrointestinale comprendono cereali, legumi, dolci, fritture, latte e derivati.
Una recente pubblicazione ha analizzato il rapporto tra il consumo di latte e derivati e la comparsa di sintomi gastrointestinali (4). Il latte viene ritenuto responsabile di disturbi intestinali anche tra le persone sane che non sono affette da intolleranza al lattosio. I meccanismi alla base di tale condizione sono sconosciuti e questo studio ha preso in esame la digestione delle proteine del latte, il microbiota e la permeabilità intestinale in un gruppo di persone non affette da intolleranza al lattosio ma che per abitudine non inserivano il latte nella loro alimentazione perché riferivano disturbi dopo la sua assunzione ed è stato confrontato con un gruppo di consumatori abituali di latte privi di disturbi.
Entrambi i gruppi sono stati sottoposti a un test che prevedeva un carico di latte (250 ml) e successivamente ad ogni partecipante venivano eseguiti dei prelievi seriati nelle 6 ore successive per misurare la presenza di vari peptidi bioattivi, lo stato della permeabilità intestinale e la composizione del microbiota.
Il gruppo dei non consumatori abituali che riferiva discomfort dopo l’assunzione del latte ha mostrato una minor quantità di molecole bioattive circolanti, minor risposta di insulina e grelina, una minor presenza di bifidobatteri, una maggiore di prevotella ed infine una minor quantità di geni codificanti per le proteasi il che faceva intendere che questi soggetti avessero una minor capacità di digerire le proteine del latte.
Nei soggetti non consumatori abituali di latte è stata osservata una maggior presenza di peptidi con azione oppioide, secondaria ad una minore capacità digestiva delle proteine del latte, e questo potrebbe spiegare il rallentato svuotamento gastrico, la sensazione di gonfiore e il fastidio addominale tipici di queste molecole sul tratto gastrointestinale.
DIGESTIONE DELLE PROTEINE DEL LATTE E MICROBIOTA: COSA EMERGE DALLO STUDIO
I risultati indicano che una digestione meno efficiente delle proteine del latte, sostenuta in parte da una ridotta capacità proteolitica del microbiota intestinale, potrebbe spiegare l’insorgenza di GID in persone sane dopo il consumo di latte. Ad accentuare questi sintomi potrebbero intervenire anche i messaggi neuro-ormonali rilasciati dalle cellule intestinali enterocromaffini a contatto con una maggiore quantità di peptidi non digeriti.
La differente composizione del microbiota intestinale tra i due gruppi riflette in sostanza le abituali diversità di base nelle loro diete. Infatti, nel gruppo di persone che assume abitualmente il latte troviamo una maggior quantità di bifidobatteri e lattobacilli come conseguenza della digestione delle proteine del latte (5), a differenza dell’altro gruppo che mostra maggior presenza di prevotella, conseguenza della maggior assunzione di proteine vegetali e fibre che si traduce con una minor capacità di digerire le proteine del latte.
È interessante notare che i partecipanti con GID hanno mostrato livelli di ansia significativamente più elevati, dato coerente con il profilo psicologico osservato nei soggetti affetti da GID e con quello psicosociale riscontrabile nei pazienti affetti da DGBI come la dispepsia e IBS.
In conclusione, questo studio, sebbene abbia arruolato pochi pazienti ha gettato le basi per una maggior comprensione dei motivi che portano alcune persone a manifestare sintomi dopo l’assunzione del latte e derivati pur in assenza di intolleranza al lattosio o di allergia alle proteine del latte. In pratica, sembra che i disturbi gastrointestinali correlati al consumo di latte in soggetti sani si associno a una digestione più lenta e meno efficiente delle proteine del latte nel tratto intestinale. Questo meccanismo è probabilmente analogo a quanto accade anche nei pazienti affetti da dispepsia, malattia da reflusso o IBS. Quello che si osserva è che i livelli circolanti di peptidi bioattivi derivati dal latte sono inferiori nei soggetti affetti da GID con risposte metaboliche e ormonali alterate. La digestione proteica meno efficiente porta all’accumulo di proteine e oligopeptidi non digeriti nell’intestino; tale accumulo spiegherebbe i sintomi di aumentata produzione di gas, gonfiore addominale e maggiore frequenza di evacuazioni accentuata da una minore attività proteolitica del microbiota intestinale possibile conseguenza di una riduzione del consumo giornaliero di prodotti lattiero-caseari (incluso il latte).
NUTRIZIONE PERSONALIZZATA: NUOVE PROSPETTIVE PER MIGLIORARE LA TOLLERABILITÀ DEL LATTE
In un’ottica futura, nell’era della medicina di precisione e della nutrizione personalizzata, appare evidente che l’approccio dietetico personalizzato è la chiave di volta per favorire l’assunzione di alimenti fondamentali per una corretta alimentazione, come sono il latte e i derivati, senza incorrere nei disturbi che questi possono provocare in alcuni individui sani o con DGBI.
Questi disturbi che sono tipicamente presenti nei soggetti affetti da malattia da reflusso gastroesofageo, da dispepsia o da sindrome dell’intestino irritabile, come abbiamo visto, possono manifestarsi anche in soggetti sani. Di conseguenza, comprendere quale possa essere un corretto comportamento alimentare in presenza di questi quadri clinici, può giovare ad un gran numero di persone sia che siano pazienti o soggetti sani.
La modifica del microbiota intestinale si può favorire in questi individui adottando, per esempio, un’alimentazione più variata in modo da ampliare la biodiversità dei batteri residenti e aumentare la quantità di specie con maggior attività proteolitica nei confronti delle proteine del latte. Questo si può ottenere con una regolare assunzione di piccole quantità di latte e derivati con soglie individuate in modo personalizzato nei singoli individui che devono essere successivamente ed eventualmente incrementate.
Inoltre, si può ipotizzare che l’assunzione di probiotici noti per la loro attività proteolitica a livello intestinale possa contribuire ulteriormente ad alleviare i GID. Molti individui potrebbero trarre beneficio da terapie basate su enzimi proteolitici o da interventi mirati al microbiota. Infine, è anche molto importante l’educazione alimentare e il lavoro di counselling al fine di spiegare a chi soffre di GID, sia che si tratti di individui sani o affetti da dispepsia o IBS , i motivi legati ai disturbi (come per esempio una difficile digestione proteica) in modo da far accettare il challenge alimentare con maggiore tolleranza e minore ansia.
1) Drossman D, Chang L, Tack J. Disorders of Gut-Brain Interaction and the Rome V Process. Gastroenterology 2026 May;170(6):1083-1098.
2) Monsbakken KW, Vandvik PO, Farup PG. Perceived food intolerance in subjects with irritable bowel syndrome- etiology, prevalence and consequences. Eur J Clin Nutr2006 May;60(5):667-72.
3) Simrén M et al Food-related gastrointestinal symptoms in the irritable bowel syndrome..Digestion. 2001;63(2):108-15.
4) Tagliamonte S. Milk protein digestion and the gut microbiome influence gastrointestinal discomfort after cow milk consumption in healthy subjects. Food Res Int. 2023:170:112953.
5) Zhang, C., Zhang, Y., Li, H., & Liu, X. (2020). The potential of proteins, hydrolysates and
peptides as growth factors for Lactobacillus and Bifidobacterium: Current research
and future perspectives. Food & function, 11(3), 1946–1957.

